Esperienze in Antartide

L’UOMO E L’ANTARTIDE

Conferenza del Contrammiraglio (r) (SAN) Prof. Antonio Peri
Monterosi, 09 marzo 2013

Gli ambienti estremi rappresentano un laboratorio naturale privilegiato per studiare la capacità di adattamento umano in una situazione limite. In nessun altro luogo come negli ambienti estremi la differenza tra la abilità e la fragilità umana è così sottile ma determinante ed una impresa esaltante può trasformarsi in tragedia.

L’adattamento è il concetto che meglio evidenzia la complessa, dinamica relazione fra l’uomo e l’ambiente circostante.

Quali reazioni psichiche alle condizioni di vita nell’ambiente antartico sono state osservate negli  individui che soggiornano per periodi prolungati in queste estreme latitudini?

REAZIONI

Trascorrere un periodo prolungato in un ambiente estremo (isolato, confinato etc.) è sicuramente una esperienza impegnativa, capace di incidere significativamente sull’equilibrio psichico e comportamentale delle persone.

Resoconti storici

Nel 1898-99 l’equipaggio della nave „Belgica“,composto di 9  Belgi, 6 Norvegesi, due Polacchi, 1 Rumeno e 1 Americano, rimase intrappolato per un intero anno nei ghiacci antartici e nonostante fosse impreparato riuscì a sopravvivere. Fu il primo gruppo che nonostante la dura esperienza riuscì a dimostrare che era possibile sopravvivere in quelle condizioni. Tuttavia il prezzo si dimostrò molto alto: 1 uomo morì per un problema cardiaco che il medico della spedizione (F. Cook) attribuì al terrore del buio e altri 2 impazzirono.

Uno era ossessionato dall’idea che gli altri volessero ucciderlo, dormiva in un piccolo anfratto della nave dove credeva che gli altri non potessero trovarlo.  Un altro fu colpito da una forma isterica che lo aveva reso temporaneamente sordo e incapace di parlare.

Nel diario del Dr Frederick Cook si legge:

Amundsen più tardi scrisse “pazzia e malattie flagellavano i ponti della Belgica in quell’inverno”.

Circa il 5% del personale che trascorre l’inverno riferisce dei sintomi di tipo psichiatrico e sono abbastanza intensi da richiedere un intervento clinico. A seguito di un debriefing psichiatrico effettuato nella base di McMurdo e di South Pole tra il 1994 and 1997 fu riscontrato che il 3.8% del personale accusava disturbi dell’umore (depressione), il 3.8% riferiva disturbi dell’adattamento, il 2.6% disturbi del sonno, l’1.3% soffriva di disturbi connessi alluso di alcool o sostanze psicoattive, e l’1.0% presentava disturbi di personalità.

Questi sintomi in forma più lieve sono molto più diffusi di quanto risulta dalle statistiche cliniche. Per es. durante la stagione invernale 1989 a Mc Murdo (la più grande base antartica americana) il 64.1% del personale intervistato riferì problemi con il sonno nel corso dell’inverno, il 62.1% riferì sentimenti di depressione, il 47.6% riferì di sentirsi più irritabile del solito; e il 51.5% riferì difficoltà di concentrazione o di memoria. Complessivamente, questi sintomi sono stati raggruppati nella c.d. “winter-over syndrome”  che, nonostante il nome non rappresenta una entità clinica ma una reazione temporanea all’isolamento e al confinamento. Infatti i disturbi scompaiono quando i partecipanti alle spedizioni tornano a casa.

L’esperienza dell’adattamento è diversa nelle varie persone

Esistono due concezioni prevalenti:

-Negativa (legata alle tragiche esperienze dell’ “Epoca eroica” della esplorazione antartica)

-Positiva (più recente, legata ad una visione estetica, ecologica, di un territorio incontaminato)

I meccanismi, le strategie usate, che noi abbiamo chiamato “congelamento”, ricordano quelli usati da alcuni animali, specialmente gli animali che vivono nelle regioni polari (come l’orso) e cioè il letargo: una riduzione di tutte le attività fisiche, sociali, intellettive ed anche emotive (disinvestimento emotivo, apatia, etc.) ci sembrano quelle più funzionali, più idonee in questo ambiente.